TQ – fenomenologia di una generazione letteraria allo specchio (prima parte)

Questo articolo è tratto dal sito www.nazioneindiana.com

Sognai che ero una farfalla
che d’esser me sognava
guardava in uno specchio
ma nulla ci trovava
- Tu menti -
gridai
si svegliò
morii.

R.D. Laing

‘O Tale e Quale
di
Francesco Forlani
Mi ha sempre affascinato il modo in cui la cultura popolare traduce le parole che indicano le cose attraverso l’uso che di queste stesse se ne fa. Così, dalle nostre parti, il Juke Box veniva chiamato ‘o cascione ra musica e lo specchio ‘o Tale e Quale. Sono passati pochi giorni dall’incontro TQ che si è svolto a Roma alla sede Laterza e, forte di quel minimo di distanza temporale necessario per elaborare una qualsiasi esperienza, vorrei tentarne una mia personale lettura.
Pur sapendo che se indugiassi su alcuni dettagli, se mettessi in scena – anzi fuori scena – i tic e i tac dei presenti, l’osceno per antonomasia, tentando alla maniera di Anna Maria Ortese, con la sua stessa geniale cattiveria, di descrivere l’erezione di un giovane critico all’ascolto di una voce autorevole di una critica italiana o la sua stramba montatura di occhiali, alla stregua della calza (il calzino?) rotta di Domenico Rea, descritta ne Il mare non bagna Napoli, questo post farebbe tremila commenti, vi dirò che per scelta ideologica, non lo farò.
Sempre per restare sul popolare, quello migliore, terra terra, Assunta, Susunta per noi piccoli – i miei lavoravano entrambi e noi sei pargoli eravamo governati da lei – quando le raccontavamo in maniera concitata i sogni, se ne restava in silenzio. A quel punto impauriti le chiedevamo, Susù (pausa) è bbuone o malamente? E lei perentoria ci diceva, ‘o scarafun è buone, i denti, perdere un dente, è malamente. Per me questo incontro è stato bbuone e tenterò di spiegarvi perché. Con ricognizione della causa, spero.

1. Caserta TQ: ‘o Tale e Quale di Pier Paolo Pasolini

Negli anni Settanta e Ottanta, a Caserta non c’erano scrittori. Artisti, certamente, e anche molto all’avanguardia, fin dalla fine degli anni Sessanta e i pieni Settanta come il Gruppo Proposta 66 , La comune 2, una delle risposte più profonde che l’emarginato Sud, e una delle sue più belle voci, LuCa, aveva elaborato al coevo Gruppo 63. Ne facevano parte tra gli altri Andrea Sparaco, Livio Marino, Paolo Ventriglia, Crescenzo Del Vecchio e Attilio Del Giudice. A Caserta negli anni Settanta e Ottanta non c’erano scrittori, ma autori tout court, ovvero scritture, linguaggi, sperimentazioni, di cui i protagonisti di quell’esperienza sarebbero stati maestri. (Per documentarsi vd Arte in Terra di lavoro dal Dopoguerra al 96, Spring edizioni, a cura di Vincenzo Perna, Giorgio Agnisola, Enzo Battarra.)

Certo, negli anni Ottanta quei linguaggi avrebbero trovato un’eco profonda in teatro e in musica, i Potlatch o il Teatro Studio di Toni Servillo, gli Avion Travel o la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Da una conversazione con Enzo Battarra, critico d’arte militante, ho appreso che sicuramente quei decenni erano anni di grande scambio tra i vari percorsi, all’ombra di una vera e propria comunità civile innanzitutto ancor prima che artistica e  intellettuale. E infatti devo dire che i fratelli maggiori, a Caserta, erano davvero impegnati politicamente, socialmente, ma ad un progetto comune e certo non a costruirsi una carriera autoriale. Facevano volontariato, organizzavano campi di lavoro internazionali, ciclostilavano nelle varie sedi politiche, facevano radio libere (Radio Città Futura, do you remember Silvia?) insomma cose che ancora oggi si ricordano alla maniera di un libro a cura di tantissimi autori di cui non si sanno i nomi.

Vi scrivo queste cose perché Nicola Lagioia nella sua lettera Manifesto TQ, ha scritto:

“I nostri padri o fratelli maggiori hanno più potere, ma valgono molto meno di noi.”

Ecco. Poiché penso che quelli erano i miei fratelli maggiori ritengo che non solo non avessero (e abbiano) nessun potere reale (artistico o politico che sia) ma che soprattutto erano e sono di gran lunga migliori di noi.

Negli anni Novanta e Duemila a Caserta c’è un numero impressionante di scrittori (e questa è una buona notizia, diciamolo). Qualche settimana fa camminando per Caserta con Enrico Remmert gli indicavo una dopo l’altra le residenze d’origine degli autori casertani: qui Roberto Saviano, qui invece Gino Ventriglia, lì Francesco Piccolo, poco oltre Antonio Pascale, più in là Paolo Mastroianni, Marilena Lucente, Lucio Saviani, Silvia Tessitore e tanti altri.

Per tutti noi non c’erano fratelli maggiori a cui ispirarsi e da cui difenderci, eventualmente, ma sicuramente l’eco di una presenza, quella di Pier Paolo Pasolini tra le mura diroccate di Casertavecchia, dove il poeta aveva deciso di ambientare una parte del suo Decameron.

Sul sito curato da Angela Molteni, Pagine Corsare, si legge come “Il secondo episodio-guida è quello dell’allievo di Giotto, interpretato dallo stesso Pasolini: in chiave autobiografica il regista-attore sottolinea il rapporto tra la vita, il sogno e l’arte. Al termine del film, l’allievo di Giotto-Pasolini festeggerà con i suoi lavoranti l’impresa compiuta, poi, guardando l’affresco – il suo film – dirà: “Perché realizzare un’opera, quando è così bello sognarla soltanto?”

Prosegue Angela Molteni:

“Nel Decameron Pasolini recita dunque il ruolo di un allievo di Giotto e si veste come il Vulcano (vedi qui sopra) di Velázquez nel dipinto del Museo del Prado di Madrid: grembiule di cuoio e fascia bianca sulla fronte. Pasolini aveva visitato il museo madrileno nel 1964 e si era scoperto ‘tale e quale’ nel quadro di Velázquez.”

Questo per dire come oggi a Caserta ci siano molti pregevoli autori TQ, con più o meno successo e fama nel mondo letterario, sicuramente e indiscutibilmente autori. Prima di noi c’era una comunità, e ora, basteranno tanti autori a crearne una? O almeno a sognarla?

segue- à suivre

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La Biennale del Sud

di Nicola Giandomenico

Il Premio Taranto si svolge per quattro anni, dal 1947 al 1951, nella città pugliese da cui prende il nome. Nasce su iniziativa di un gruppo di trentenni che, di ritorno dalla guerra, si riuniscono nel «Circolo della cultura» e attorno al più importante giornale tarantino, la Voce del popolo.
Capo carismatico di quell’accolita volenterosa è Antonio Rizzo, figlio del fondatore della «Voce», che, dopo essersi laureato in fisica con Fermi, con il massimo dei voti, alla celebre scuola romana di via Panisperna, dopo essere stato prigioniero di guerra in Africa e in Palestina, decide, tornato a Taranto, di occuparsi del giornale di famiglia.
Sin dai primi mesi di vita il «Circolo», di cui non fa parte alcun «professionista della cultura», si distingue per la qualità del programma offerto alla cittadinanza. Tra il 1947 e il 1948 organizza gli incontri con Gianna Manzini dal titolo «A tu per tu con le donne», quello con Giuseppe Ungaretti per «Petrarca, poeta del ricordo», con Carlo Bo per «La situazione della cultura in Italia» e quello con Sibilla Aleramo sulla poesia.
Di lì a poco esce sulle pagine della Voce, promosso dal «Circolo», il bando per la prima edizione del Premio Taranto dedicato a racconti inediti che abbiano «il mare come protagonista, o clima, o sfondo»1. Si indice anche una sottoscrizione per garantire agli organizzatori indipendenza economica; all’entusiasmo con cui contribuiscono i tarantini corrisponde una certa freddezza da parte dell’amministrazione comunale.
I promotori, ben consci che il prestigio del Premio dipenda da quello della giuria esaminatrice delle opere, compongono una giuria di tutto rispetto di cui fanno parte Giuseppe Ungaretti, in qualità di presidente, il critico letterario Enrico Falqui, la scrittrice Gianna Manzini, lo stesso Antonio Rizzo, in qualità di segretario e di rappresentante del Circolo della cultura e l’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo.
Numerose sono le opere inviate al Premio, ma immediatamente si impone all’attenzione della giuria il talento del venticinquenne scrittore elbano Raffaello Brignetti, che vince il Premio Taranto con il racconto Il grande mare2. Sono inoltre «segnalate» dalla giuria le opere di Orsola Nemi, Piero Operti, Pier Francesco Paolini e Carlo Scarfoglio (figlio di Edoardo e di Matilde Serao).
Le radio e le terze pagine di tutti i giornali nazionali commentano con entusiasmo il Premio, giudicandolo un evento culturale di altissimo livello. Alle critiche positive del resto d’Italia, fanno però da contraltare quelle feroci degli «intellettuali» locali, in una tipica manifestazione di provincialismo italico.

I fondatori del Premio tuttavia non si demoralizzano e, anzi, decidono, per l’edizione del 1949, di indire una nuova sezione del concorso dedicata alla pittura, sullo stesso tema di quella di narrativa ­e aperta a opere di concorrenti invitati dalla giuria o scelte, a insindacabile giudizio della medesima, fra quelle inviate spontaneamente.
Per la nuova edizione del Premio la giuria «della narrativa» rimane invariata, mentre quella formata per il neonato concorso di pittura è composta da Carlo Scarfoglio, in qualità di presidente, Onofrio Martinelli, segretario, Virgilio Guzzi, Alfredo Petrucci e Alberto Savinio.
L’edizione del 1949 è arricchita da un nutrito programma di incontri e discussioni che spaziano dalla scienza alla filosofia, dalla letteratura alla politica. Inoltre si affianca alla mostra delle opere in concorso per la sezione di pittura, una mostra di opere di grandi maestri contemporanei fra le quali ci sono quelle di Savinio, Casorati, de Chirico.
Il premio per la narrativa lo vince Gaetano Arcangeli per il racconto Vicenda3; fra le opere segnalate ci sono quelle di Neri Pozza e di Dolores Prato. Il premio per la pittura va a Fausto Pirandello per il quadro Bagnanti in giallo.
Il premio di pittura consacra definitivamente il Premio Taranto a livello nazionale; la stampa e la radio dedicano alla manifestazione l’attenzione che è riservata solo ai grandi eventi culturali; ripetuto è l’accostamento della manifestazione tarantina alla Biennale di Venezia, tant’è che il Premio Taranto viene definito la «Biennale del Sud»4.
Clamorosa è anche la partecipazione popolare in tutti gli incontri organizzati durante il Premio e per le mostre d’arte. In città fra i cittadini si apre un acceso dibattito tra «figurativi» e «astrattisti».
Intanto la qualità nella scelta delle opere da premiare da parte della giuria del «Taranto» trova riscontro nell’ulteriore premio assegnato a un’opera di Brignetti, il Premio Chioggia, cui seguiranno negli anni il Premio Viareggio del 1967 e il Premio Strega del 1971.

Per l’edizione del 1950 nella giuria letteraria si aggiungono Carlo Scarfoglio e Alberto de’ Stefani. In quella della pittura sarà presidente Felice Casorati, segretario rimarrà Martinelli, e vi faranno parte i critici Umbro Apollonio, Marco Valsecchi, e poi Francesco Flora, Virgilio Guzzi, Fausto Pirandello.
Alla mostra delle opere in concorso si affianca la personale dell’artista vincitore l’anno precedente – usanza che sarà mantenuta anche nell’edizione successiva.
Il premio nella sezione di narrativa lo vince quell’anno nientemeno che Carlo Emilio Gadda con il racconto Prima divisione nella notte5. Un «secondo posto» verrà assegnato a Giovanni Artieri con il racconto Giobbe, mentre tra i segnalati ci sarà un giovanissimo Pier Paolo Pasolini con il racconto Terracina6.
Per la pittura vi è un autentico testa a testa tra Renato Birolli e Gino Meloni, il cui Gallo di mare ha infine la meglio, divenendo vero e proprio simbolo della manifestazione.
Mentre sulla Voce del popolo si susseguono le collaborazioni con gli autori che partecipano al Premio Taranto, grande attenzione dedica alla manifestazione anche l’autorevole La Fiera Letteraria, che dedicherà un numero speciale al Premio, di cui sarà curatore Antonio Rizzo.
La partecipazione popolare alla manifestazione e agli eventi a latere cresce di anno in anno; nell’edizione del 1950 si registrano ottantamila presenze e in città il dibattito sull’arte si fa sempre più acceso, tant’è che sui muri appaiono scritte inneggianti a Raffaello, Michelangelo, Caravaggio e avverse ai futuristi.

Della giuria letteraria del 1951 fanno parte oltre Ungaretti, Rizzo, Fioravanti e Scarfoglio, anche Giovan Battista Angioletti, Carlo Bo, Leone Piccioni, Aldo Palazzeschi, Bonaventura Tecchi. In quella della sezione di pittura ci sono Casorati, Apollonio, Guzzi, Mezio, Valsecchi e Alberto Savinio.
Alla mostra delle opere in concorso e alla personale di Gino Meloni si affiancano la mostra del manifesto Futurista in cui si annoverano le opere di Balla, Boccioni, Carrà, Severini, Russolo, e quella dei maestri della pittura contemporanea, con quadri di Tosi, Morandi, De Pisis, Sironi, Campigli.
Il Premio della sezione pittorica lo vince Bruno Cassinari con Frutti di Mare. Nella narrativa vince di nuovo Raffaello Brignetti con Altri equipaggi7; vengono segnalate inoltre La sconfitta di Vittorio Sereni, Operetta marina8 di Pier Paolo Pasolini e La maliarda9 di Giorgio Caproni.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che quella del 1951, dopo il clamoroso successo ottenuto, sarebbe stata l’ultima edizione del Premio Taranto.
Costantemente i promotori della manifestazioni si trovarono, a fronte dell’entusiasmo del pubblico e dell’apprezzamento della critica nazionale, a dover lottare contro soprusi e malevolenze della borghesia «intellettuale» locale, che mal digeriva il fatto di essere stata scavalcata.
Sui motivi che portarono alla fine della manifestazione, lo storico tarantino Aldo Perrone scrive: «gli organizzatori [del Premio Taranto Ndr] vengono assediati dal velenosissimo ambiente dei grafomani e dei pittomani e dei critici letterari e artistici locali; che viveva di patacche, contando sulla disinformazione dominante. A questo ambiente si somma la solidarietà dell’animosità del mondo politico locale che comincia a sospettare che l’ingresso della qualità riesca, in tempi ravvicinati, a cancellare le ragioni della loro presenza e a favorire in tempi brevi l’affermazione di una più seria e preparata classe dirigente»10.

Alcuni anni dopo la fine del Premio Taranto, Antonio Rizzo si vide recapitare presso la sede della Voce del popolo un biglietto da visita di Ungaretti. Su di esso il poeta aveva scritto: «Il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d’Italia».

 

NOTE AL TESTO

1. «Voce del Popolo», anno 65 n. 31, Taranto 19 luglio 1948.
2. Il racconto Il grande mare si trova in Raffaello Brignetti, Il gabbiano azzurro, Einaudi, Torino 1971.
3. Il racconto Vicenda è rielaborato in Gaetano Arcangeli, Anima del mare, Libri Scheiwiller, Milano 2007.
4. Aldo Perrone, Storia del Premio Taranto, Edizioni del Gruppo Taranto, Taranto 1992, p. 45.
5. Il racconto Prima divisione nella notte è in Carlo Emilio Gadda, Accoppiamenti giudiziosi, Garzanti, Milano 2001.
6. Il racconto Terracina si trova in Pier Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, vol. 1, Mondadori, Milano 1998.
7. Il racconto Altri Equipaggi si trova in Raffaello Brignetti, Il gabbiano azzurro, Einaudi, Torino 1971.
8. Pier Paolo Pasolini, Romans, Un articolo per il «Progresso», Operetta marina, Guanda, Parma 1994.
9. Il racconto La maliarda si trova in Giorgio Caproni, Racconti scritti per forza, Garzanti, Milano 2008.
10. Aldo Perrone, Storia del…, cit., p. 28.

BIBLIOGRAFIA

Aldo Perrone, Storia del Premio Taranto, Edizioni del Gruppo Taranto, Taranto 1992.
Domenico Carone (a cura di), Ricordiamo il Premio Taranto, Comune di Taranto, Assessorato alla cultura, Taranto 1991.
Gaetano Arcangeli (spettacolo ispirato alla vita e all’opera di), in «Bologna 2000», Bologna 7 ottobre 2010.
Giorgio Nisini, Tracce di un racconto marino. Per una lettura di Terracina di Pier Paolo Pasolini, su www.disp.let.uniroma1.it.
Maurizio Rebaudengo, Prima divisione nella notte, in «The Edinburgh Journal of Gadda Studies», EJGS 2002.
Carlo Emilio Gadda, Attraverso le mattutine regioni che discendono al mare jonico, in «Voce del Popolo», anno 69 n. 2, Taranto 20 gennaio 1952.

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Signor Bandini

Questo passaggio è tratto da Chiedi alla polvere di John Fante, traduzione di Maria Giulia Castagnone, Marcos y Marcos, Milano 1994, p.25.

Bandini, intervistato prima della sua partenza per la Svezia, dichiara: “Ho un consiglio molto semplice da dare a tutti i giovani scrittori. Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo. Prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla”.
Intervistatore: “Signor Bandini, cosa l’ha spinta a scrivere questo libro che le ha fruttato il Nobel?”
Bandini: “Il libro si basa su un fatto accadutomi una notte, a Los Angeles. Ogni parola corrisponde alla verità. Questo libro l’ho vissuto interamente, pagina per pagina”.

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Catene e indipendenza

Piccolo reportage sull’apparente organizzazione di una grande e di una piccola libreria.

di Giulia Pietrosanti

Melbookstore è una libreria di duemila metri quadri distribuiti su tre piani, situata in una grande via di Roma che collega la stazione Termini al centro storico. Il primo dei due ingressi principali è evidentemente organizzato secondo la logica imposta da una zona turistica: una parete interamente dedicata alle guide di musei e ristoranti di Roma, in italiano e in inglese, ai dvd e ai libri fotografici della città. Al centro uno scaffale a gondola propone Novità Best Seller e Idee Regalo scontate, per iniziativa della libreria, del 30%. Posto in alto sullo stesso scaffale, un cartello si premura di ricordare al cliente di chiedere alla cassa la Mel Card, la carta che garantisce lo sconto del 15% al raggiungimento di un certo numero di punti.

Prima di diventare a tutti gli effetti una libreria, il primo ambiente espone un settore di gadget che lo fa somigliare più ad un emporio di souvenir. Dall’alto dello scaffale a muro sono esposti puzzle d’arte, borse, scatole, magneti, calendari, biglietti di auguri e tazze con citazioni letterarie. Gli unici oggetti che rimandano concretamente ad un libro sono le piccole torce per leggere al buio e lo stand di occhiali da vista universali in vendita a 9,90. Solitario e in atteggiamento un po’ superiore, lo stand delle agende e dei taccuini Moleskine.

Il secondo ambiente è più rassicurante: la gondola al centro propone la categoria Long Seller in cui si riconoscono l’onnipresente edizione BUR de Il Gabbiano Jonathan Livingstone, Il Nome della Rosa e Il Piccolo Principe dei Tascabili Bompiani, la Trilogia di Millennium di Marsilio ma anche due di titoli di Pasolini dell’editore Garzanti e di Thomas Mann in edizione Corbaccio.

La parete di destra propone invece una classifica di dieci titoli scelti dalla libreria, posti sotto l’insegna Mel Consiglia. Rincuorato dal fatto che i libri di cucina di Benedetta Parodi, edizione  Vallardi, occupino solo il sesto e l’ottavo posto della classifica, l’occhio prosegue verso il lato della saggistica. Nella coerenza della sistemazione dei titoli Guanda, Longanesi, Rizzoli e Salani, fa sorridere la presenza dello sproporzionato e costosissimo Libro Rosso di Jung, Bollati e Boringhieri, che a stento resta in equilibrio sul ripiano. Ultimo in fondo, perché non manchi nessuno, un saggio delle edizioni San Paolo.

La sala principale è dedicata ai diversi settori della Narrativa. I libri sono sistemati sulla lunghezza delle pareti e, se sono in offerta o segnalati come novità, sugli scaffali indipendenti al centro della sala. Al momento della mia indagine, le case editrici che promuovono campagne di sconti sono Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli, Newton Compton e Tea. La sistemazione in determinati scaffali e posizioni strategiche di vendita dipende da accordi presi con la casa editrice. Il fatto che la maggior parte degli editori esposti tra le novità faccia parte dello stesso gruppo editoriale cui appartiene la libreria, comporta che non necessariamente si tratti di spazi pubblicitari a pagamento. Melbookstore appartiene al gruppo Messaggerie, insieme a molte delle  case editrici che vende: Garzanti, Bollati e Boringhieri, Longanesi, Salani, Corbaccio, Guanda, Tea e Editrice Nord.

L’enorme parete sinistra contiene tutte le case editrici e i libri sono sistemati secondo un ordine alfabetico d’autore. Le copertine mostrate frontalmente sono una scelta periodica della libreria che, in base all’andamento della vendita, decide di agevolare la visibilità di alcuni titoli. Lo spazio centrale in basso è invece occupato dai Tascabili Einaudi, scontati del 25%. Una campagna promozionale della casa editrice dunque, non uno sconto promosso dalla libreria. La stessa promozione ritorna su due piccoli scaffali situati al centro della sala. Il lato destro è invece diviso in modo più specifico: il primo angolo è abitato dall’intera collana I Meridiani di Einaudi, una nicchia  familiare che somiglia tanto alla vecchia libreria di nonno. Subito adiacente, la casa editrice Sellerio. Di fronte, quattro ripiani dedicati rispettivamente alle case editrici Iperborea, minimum fax, Voland e Nottetempo. Girati a mostrare la copertina sono per lo più le novità e i cavalli di battaglia. A titolo di esempio, le copertine visibili di minimum fax sono Le Vite di Dubin di Malamud, La ragazza dai capelli strani di Wallace e Bugiardi e Innamorati di Yates. La sistemazione di questi piccoli editori in un settore a sé stante, divisi e immediatamente  riconoscibili, aveva subito di recente uno spostamento che li aveva confusi e resi introvabili nel mare magnum dell’enorme parete di sinistra. Farà piacere sapere che i lettori affezionati a questi piccoli editori si sono lamentati della faticosa reperibilità dei titoli, costringendo il libraio a ricollocarli nell’assetto originario. (Per la verità Nottetempo è l’unico a restare un po’ mortificato nell’ultimo ripiano in basso.)

Seguendo la lunghezza della parete troviamo uno stand di Audiolibri della Salani e di Emons, insieme al settore Teatro: saggistica,opere e le novità, costrette a spietati accostamenti di Gassman legge Dante, edito da EDB, e Dialoghi Incivili di Simone Cristicchi, pubblicato da Eleuthera.

I settori Classici Italiani e Classici Stranieri sono entrambi sistemati in ordine alfabetico d’autore ma hanno una sezione a parte dedicata alla Collana Grandi Libri della Garzanti. Stessa cosa avviene nel settore Classici Latini e Greci. Il settore Poesia è piuttosto ricco, curato. Lo scaffale in basso mostra le copertine di una serie di titoli apparentemente sistemati senza un criterio preciso. La collana Gli Elefanti della Garzanti risulta ben visibile.

L’ultimo angolo, prima del grande soppalco in fondo alla sala, è abitato da tre scaffali a muro del settore Gialli in cui la sezione più comoda cui attingere è la macchia acida delle copertine Adelphi. Il settore dirimpettaio, Fantascienza e Fantasy, è un’allucinazione di copertine patinate che stanca gli occhi.

Al centro della sala, intorno al grande affaccio sul piano sottostante, sono sistemati quattro settori  intitolati I migliori titoli del catalogo: piccole isole di Guanda, Neri Pozza, ancora una volta  Einaudi Tascabili, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori. Una disposizione diversa, scelta dal libraio, è quella che vede i libri messi in pila l’uno sull’altro fino a creare una scultura di circa un metro di altezza. A tale collocazione sono destinati i titoli di vampiri e streghe di Newton Compton, scontati del 20%, un unico titolo di Rizzoli, tre titoli di Longanesi, due titoli di Garzanti, diversi libri di Editrice Nord (tra cui uno per ragazzi) e l’ultimo titolo della collana Giallo Svezia di Marsilio.

Intelligente l’idea di uno scaffale intitolato Oggi sul Giornale che espone titoli come Il III Reich di  Bolaño edito da Adelphi, Fiabe ebraiche dei tascabili Einaudi, il romanzo Incidenze pubblicato da Voland.

Un unico settore è dedicato alla promozione della collana BUR e dei tascabili Marsilio. Lo pubblicizza un cartello con la foto di un cucciolo di leone che canta al microfono “scooontareeee ooh ooh” (che forse è peggio della pubblicità di Tea con il lottatore di sumo che incarna gli “sconti pesanti”).

Nell’anticamera del soppalco sono sistemati i settori Guide del Mondo e Cartine Geografiche.

Sul soppalco, i settori Filosofia, Storia (antica, medievale, moderna e contemporanea), Religione, Antropologia, Psicologia, Scienze. L’area dedicata all’Attualità ha un ripiano e una gondola riguardanti l’Italia che esibiscono titoli politicamente schierati e lasciano supporre una relativa libertà nella scelta dei libri posti in evidenza, cosa peraltro confermata dalla gentile responsabile di settore. Ben visibili sono i due titoli di Nichi Vendola, editi da Fandango e da Aliberti, e il libro edito da Editori Riuniti che lo ritrae nell’iconografia elettorale di Obama. Ancora,di Editori Riuniti, il titolo Craxi Vostri, un Einaudi Stile Libero sul G8 raccontato da Lucarelli, il titolo di Donzelli su l’Italia di Berlusconi e i libri di Marco Travaglio che convivono con i titoli Mondadori di Bruno Vespa e con il libro edito da Rizzoli di Ilaria Cucchi, in una proporzione che però mostra una velata scelta di gusto.

Nell’ultimo ambiente, un angolo promozionale annuncia l’imminente Festa Nazionale del Gatto, selezionando  titoli di narrativa e psicologia felina come Cat Confidential e Cosa vogliono i gatti anziani, rispettivamente degli editori Salani e Tea.

Assaggi è una piccola libreria nel quartiere San Lorenzo, in prossimità dell’Università La Sapienza. È aperta dal mese di ottobre 2010 e gestita da nove soci, una dei quali è la signora Anna Parisi, co-autrice del libro I Bambini alla scoperta di Roma Antica, della casa editrice Lapis (di cui è stata anche direttore).

La libreria ha scelto di specializzarsi nella divulgazione scientifica, organizzando il settore in base alla materia trattata. Le materie sono matematica, fisica, biologia, medicina, filosofia e sociologia della scienza, neuro scienze, psichiatria, psicologia,pedagogia, didattica, scienze umane, comunicazione, linguistica, economia. All’interno di ogni materia i libri sono sistemati per casa editrice e, all’interno di ogni casa editrice, per autore in ordine alfabetico.

La signora Anna spiega che ogni casa editrice ha un modo diverso di trattare la materia scientifica e che, diversamente da quanto avviene per la narrativa, il lettore è spesso più interessato alla casa editrice che all’autore. Il lettore “scientifico” cerca il tema. I titoli più importanti sono quelli di Bollati e Boringhieri, di Raffaello Cortina, di Codice, de Il Mulino. Ma anche Adelphi ed Einaudi hanno libri meravigliosi di divulgazione scientifica nella parte meno conosciuta del loro catalogo. Anna porta l’esempio de Il velo di Einstein sottolineando che, dietro al brutto titolo, si nasconde in realtà un importante libro di meccanica quantistica.

La precisa scelta di argomenti trattati fa sì che la libreria si rivolga direttamente ai promotori, invece che al grossista. Dagli stessi promotori delle case editrici che trattano materie scientifiche, la libreria prende il “minimo sindacale” dei titoli di narrativa e gli oggetti di merchandising, presenti all’ingresso in modo più misurato e meno dispersivo che da Melbookstore.

Nella lunga libreria le novità sono gestite su scaffali separati. Due gondole centrali ospitano quei titoli di narrativa che un libraio deve comunque avere, sebbene si specializzi in altri settori. Due piccoli tavoli d’antiquariato, invece, promuovono in modo elegante i libri consigliati e i titoli di narrativa scientifica meno tecnici. Le campagne promozionali di Einaudi, Tea e Feltrinelli sono presenti ma non pubblicizzate come nella grande libreria di catena, esposte nelle vetrine insieme ai titoli scientifici che, comunque, Assaggi esibisce come vero punto di forza.

Anche qui il libraio propone sconti legati ad una tessera di fidelizzazione, il 10% al raggiungimento dei 100 euro di spesa. Apprezzabile lo sconto del 10% su tutti i titoli riservato ai ragazzi fino ai venticinque anni, non necessariamente studenti.

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Sopravvivere

 Questo passaggio è tratto da La ricerca della felicità di Michel Houellebecq, Bompiani 2008

Il mestiere delle lettere è comunque il solo in cui si possa
non guadagnare del denaro senza cadere nel ridicolo.
Jules Richard

Un poeta morto non scrive più. Di qui l’importanza di restare vivi.
Accettare questo ragionamento semplice vi riuscirà talvolta difficile. In particolare durante i periodi di sterilità creatrice prolungata. Il vostro rimanere in vita vi sembrerà, in questi casi, dolorosamente inutile; a ogni modo, non scriverete più.

A questo una sola risposta: in fondo non sapete nulla. E se vi esaminate onestamente, dovrete finire col convenirne. Si sono visti casi strani.

Se non scrivete più è forse il preludio di un cambiamento di forma. O di un cambiamento di tema. O di entrambe le cose. O è forse, effettivamente, il preludio della vostra morte creatrice. Ma non lo sapete. Non conoscerete mai esattamente la parte di voi stessi che vi spinge a scrivere. La conoscerete soltanto sotto forme approssimative e contraddittorie. Egoismo o abnegazione? Crudeltà o compassione? Si potrebbe sostenere tutto. Prova che, alla fin fine, non sapete nulla; allora non comportatevi come se sapeste. Davanti alla vostra ignoranza, davanti alla parte misteriosa di voi stessi, rimanete onesti e umili.

Non solo i poeti che vivono fino a tarda età producono nel complesso di più, ma la vecchiaia è il tempo di processi fisici e mentali particolari, che sarebbe un peccato ignorare.

Detto ciò, sopravvivere è estremamente difficile. Si potrà pensare ad adottare una strategia alla Pessoa: trovare un piccolo impiego, non pubblicare nulla, attendere tranquillamente la propria morte.

In pratica, si andrà incontro a difficoltà importanti: sensazione di perdere il proprio tempo, di non essere al proprio posto, di non essere stimato per quel che si vale… tutto ciò diventerà presto insopportabile. Sarà difficile evitare l’alcool. Alla fine l’amarezza e l’acrimonia faranno la loro comparsa, presto seguite dall’apatia e dalla sterilità creatrice completa.

Questa soluzione presenta dunque i suoi inconvenienti, ma è di solito l’unica. Non dimenticare gli psichiatri, che dispongono della facoltà di concedere delle pause lavorative. Invece, il soggiorno prolungato in un ospedale psichiatrico è da evitare: troppo distruttore. Lo si utilizzerà soltanto come ultima risorsa, come alternativa alla trasformazione in barbone.

I meccanismi di solidarietà sociale (sussidio di disoccupazione ecc.) dovranno essere utilizzati a pieno, come pure il sostegno finanziario di amici più abbienti. Non sviluppate un senso di colpa eccessivo al riguardo. Il poeta è un parassita sacro.

Il poeta è un parassita sacro; simile agli scarabei dell’antico Egitto, può prosperare sul corpo delle società ricche e in decomposizione. Ma ha ugualmente il proprio posto in seno alle società frugali e forti.

Non dovete battervi. I pugili si battono, non i poeti. Ma comunque bisogna pubblicare un pochino; è la condizione necessaria perché il riconoscimento postumo possa avere luogo. Se non pubblicate un minimo (anche solo qualche testo in una rivista di second’ordine), sarete ignorati dalla posterità; ignorati quanto lo eravate da vivi. Anche se foste dei veri geni, dovrete lasciare una traccia e fidarvi degli archeologi letterari per far esumare il resto.

Ciò può fallire; ciò fallisce spesso. Almeno una volta al giorno dovrete ripetervi che l’essenziale è fare il possibile. Lo studio della biografia dei vostri poeti preferiti potrà esservi utile; dovrebbe permettervi di evitare certi errori.

Ditevi che di regola non c’è alcuna buona soluzione al problema della sopravvivenza materiale; ma ce ne sono di molto cattive.

In genere, il problema del luogo in cui vivere; andrete dove potrete. Cercate semplicemente di evitare i vicini troppo rumorosi, capaci da soli di provocare una morte intellettuale definitiva.

Un piccolo inserimento professionale può fornire certe conoscenze, eventualmente utilizzabili in un’opera ulteriore, sul funzionamento della società. Ma un periodo di vita da barbone, con conseguente emarginazione, procurerà altre conoscenze. L’ideale è alternare.

Altre realtà della vita, come una vita sessuale armoniosa, il matrimonio, i figli, sono al tempo stesso benefiche e feconde. Ma sono quasi impossibili da raggiungere. Sul piano artistico, sono terre praticamente sconosciute.

In linea di massima, sarete sballottati fra l’amarezza e l’angoscia. In entrambi i casi, l’alcool vi aiuterà. L’essenziale è ottenere quei pochi momenti di remissione che permetteranno la realizzazione della vostra opera. Saranno brevi; sforzatevi di coglierli.

Non abbiate paura della felicità; non esiste.

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Non hanno libri? che leggano le riviste!

di Lavinia Emberti Gialloreti

«Perché facciamo tanto insistentemente una rivista?

Perché è il luogo dove alcuni uomini di cultura possono compiere la verifica di un dialogo e di una esperienza condotti in comune e in pubblico (con altri eventuali interlocutori: per superare, tra l’altro, il separatismo specialistico di settori ben qualificati della nuova cultura).  Perché vogliamo modificare alcuni fastidiosi comportamenti della nostra cultura letteraria, accreditati dalla pigrizia intellettuale, dalla resa ideologica, e

dall’industria culturale.

Come si fa una rivista?

Dibattendo di continuo le idee nostre e altrui, e tentando di offrire al dibattito delle pezze d’appoggio (compromettenti). È difficile. Noi (scrittori) operiamo nella molteplicità. Bisogna congiungere la molteplicità, accostarne i lembi diversi, ma non mai unificarla. L’arte è ricambio perpetuo.»

Questo stralcio appartiene al vademecum  Sul perché e sul come fare una rivista (1957), scritto da Giambattista Vicari, storico fondatore de il Caffè nel 1953. Le sue parole, che individuano proprio nelle coralità letterarie la possibilità di assurgere a ruolo di fulcro pulsante dell’innovazione linguistica, appaiono quanto mai attuali e urgenti. Lo stato delle riviste letterarie, per sbirciare nel macrocosmo editoria da un piccolo ma indispensabile spioncino, appare confusionario, in crisi, ricco di realtà interessanti disperse però in una caterva di voci, difficilmente capaci di emergere e farsi conoscere, relegate ad essere nicchia della nicchia, realizzazione cartacea (si guarda qui alla carta stampata, consci che c’è tutto un vasto e affermato mondo parallelo, telematico) della laconica visione di Flaiano : «Gli intellettuali lavorano per gli intellettuali e la popolazione aumenta».

A ben guardare, esistono una quantità di realtà che raccolgono esplicitamente l’insegnamento e lo spirito di Vicari, laboratori di sperimentazione letteraria, ludo linguistica, letteratura potenziale, con un occhio qui a quelle nipotine ideali (ma forse non preferite!) di Calvino, di Queneau, di Perec, che alla letteratura associano il gioco e il rompicapo.

Una pubblicazione che vi si ispira dichiaratamente è Tèchne (Campanotto Editore), nata nel 1969 in stretto legame con il gruppo 70, avanguardia intellettuale del secondo dopoguerra , che nella sua “nuova serie” partita nel 1986 e tuttora curata da Paolo Albani, raggruppa testi a vocazione umoristica, fantastica, abbraccia il non-sense e ogni genere di bizzarria. Dal 2008 procede con numeri monografici su temi quali Il nulla, Il rogo dei libri, Matematica divertente e, particolare solo apparentemente secondario, pubblica ogni qualvolta si raggiunga una quantità di testi validi.

Altri gioielli sono Cortocircuito (Edizioni Joker), pensata nel 2008 da Sandro Montalto e che, come da sottotitolo, è Rivista di cultura ludica, cacopedica e potenziale, ospitante testi di ispirazione patafisica e non solo, e il Caffè Illustrato, bimestrale di parole e immagini (Incipit srl), diretto da Walter Pedullà e al suo undicesimo anno di esistenza, che accosta scritti ed illustrazioni inedite ad una sezione monografica approfondita, in cui interessante è il largo spazio dato alle immagini nel racconto biografico dell’autore scelto, che prende infatti il nome di fotobiografia.

Dando uno sguardo alle novità, occorre citare la realizzazione in carta e parole di un originale inno alla polivalenza.  «Sappiate tutto. Scoprite cosa c’è nel ventre del robot. Siate specialisti di tutto». Così nel 1953 Boris Vian invitava, in un articolo apparso sul settimanale Arts, a combattere la paventata invenzione di un robot poeta, capace di rimpiazzare velocemente il nostro fabbisogno medio di letteratura decurtando i costi di produzione.  Sembra essere il monito accolto dagli ideatori di Platypus (Associazione Nuova Script), che danno una bella e sfacciata risposta al mostro elastico che domina i nostri tempi: la flessibilità. Il suo rovescio positivo e prolifico è l’eclettismo. In linea con questa filosofia hanno scelto proprio l’ornitorinco quale “nome, guida, simbolo di una rivista-movimento dedicata alla pluralità degli interessi e alla poliedricità delle modalità espressive”, recita il numero zero della rivista.

Infine, per chi volesse addentrarsi in quest’affascinante universo sono consigliate le rassegne, a breve ad esempio B.I.R.R.A. , bagarre internazionale riviste alternative, che si terrà a Bologna dal 20 al 22 maggio e che ospita per il secondo anno un festival delle riviste indipendenti e dei microbirrifici artigianali. L’evento, organizzato da Bartleby (un’associazione di studenti bolognesi), ha ospitato l’anno scorso le riviste Il primo amore, Il traghetto mangiamerda, Argo, Burp!, Ego tek, L’inutile, Giuda, Progetto babele, L’aleph, Colla, Tèchne, ‘Tina, Terre di mezzo, Idioteca, Mumble, Eleanor Rigby, Collettivomensa, Follelfo, Epoc, Lucho, Lamette, Letteraria, L’accalappiacani, Mono.

Si chiude tornando a Vicari, rubandogli ancora solo quattro, indispensabili, parole:

«(da aggiornare di continuo)».

Link:

Cortocircuito http://www.edizionijoker.com/cortocircuito.html

Tèchne http://xoomer.virgilio.it/palbani/

Platypushttp://platypus-eclettico.blogspot.com/

Il caffè illustrato http://www.ilcaffeillustrato.it/

B.I.R.R.A. http://www.bartleby.info/content/eventi

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Malinconia di un tempo passato

 

La citazione che segue è tratta da Il calore del sangue di Irène Némirovsky, Adelphi 2008, p.69

Se un uomo beve in compagnia non svela nulla di sé; ma quando lo fa da solo rivela inconsapevolmente il fondo della propria anima. Esiste un modo particolare di rigirare lo stelo del bicchiere tra le dita, di inclinare la bottiglia e guardare scorrere il vino, di portarsi il calice alle labbra, di trasalire e posarlo di colpo se interpellati, di afferrarlo di nuovo con un colpetto di tosse imbarazzato e vuotarlo d’un fiato a occhi chiusi come se si tracannasse l’oblio stesso – un modo che è tipico di uomini angustiati, tormentati dall’angoscia o da feroci preoccupazioni.

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