Questo articolo è tratto dal sito www.nazioneindiana.com
Sognai che ero una farfalla
che d’esser me sognava
guardava in uno specchio
ma nulla ci trovava
- Tu menti -
gridai
si svegliò
morii.
R.D. Laing
‘O Tale e Quale
di
Francesco Forlani
Mi ha sempre affascinato il modo in cui la cultura popolare traduce le parole che indicano le cose attraverso l’uso che di queste stesse se ne fa. Così, dalle nostre parti, il Juke Box veniva chiamato ‘o cascione ra musica e lo specchio ‘o Tale e Quale. Sono passati pochi giorni dall’incontro TQ che si è svolto a Roma alla sede Laterza e, forte di quel minimo di distanza temporale necessario per elaborare una qualsiasi esperienza, vorrei tentarne una mia personale lettura.
Pur sapendo che se indugiassi su alcuni dettagli, se mettessi in scena – anzi fuori scena – i tic e i tac dei presenti, l’osceno per antonomasia, tentando alla maniera di Anna Maria Ortese, con la sua stessa geniale cattiveria, di descrivere l’erezione di un giovane critico all’ascolto di una voce autorevole di una critica italiana o la sua stramba montatura di occhiali, alla stregua della calza (il calzino?) rotta di Domenico Rea, descritta ne Il mare non bagna Napoli, questo post farebbe tremila commenti, vi dirò che per scelta ideologica, non lo farò.
Sempre per restare sul popolare, quello migliore, terra terra, Assunta, Susunta per noi piccoli – i miei lavoravano entrambi e noi sei pargoli eravamo governati da lei – quando le raccontavamo in maniera concitata i sogni, se ne restava in silenzio. A quel punto impauriti le chiedevamo, Susù (pausa) è bbuone o malamente? E lei perentoria ci diceva, ‘o scarafun è buone, i denti, perdere un dente, è malamente. Per me questo incontro è stato bbuone e tenterò di spiegarvi perché. Con ricognizione della causa, spero.
1. Caserta TQ: ‘o Tale e Quale di Pier Paolo Pasolini
Negli anni Settanta e Ottanta, a Caserta non c’erano scrittori. Artisti, certamente, e anche molto all’avanguardia, fin dalla fine degli anni Sessanta e i pieni Settanta come il Gruppo Proposta 66 , La comune 2, una delle risposte più profonde che l’emarginato Sud, e una delle sue più belle voci, LuCa, aveva elaborato al coevo Gruppo 63. Ne facevano parte tra gli altri Andrea Sparaco, Livio Marino, Paolo Ventriglia, Crescenzo Del Vecchio e Attilio Del Giudice. A Caserta negli anni Settanta e Ottanta non c’erano scrittori, ma autori tout court, ovvero scritture, linguaggi, sperimentazioni, di cui i protagonisti di quell’esperienza sarebbero stati maestri. (Per documentarsi vd Arte in Terra di lavoro dal Dopoguerra al 96, Spring edizioni, a cura di Vincenzo Perna, Giorgio Agnisola, Enzo Battarra.)
Certo, negli anni Ottanta quei linguaggi avrebbero trovato un’eco profonda in teatro e in musica, i Potlatch o il Teatro Studio di Toni Servillo, gli Avion Travel o la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Da una conversazione con Enzo Battarra, critico d’arte militante, ho appreso che sicuramente quei decenni erano anni di grande scambio tra i vari percorsi, all’ombra di una vera e propria comunità civile innanzitutto ancor prima che artistica e intellettuale. E infatti devo dire che i fratelli maggiori, a Caserta, erano davvero impegnati politicamente, socialmente, ma ad un progetto comune e certo non a costruirsi una carriera autoriale. Facevano volontariato, organizzavano campi di lavoro internazionali, ciclostilavano nelle varie sedi politiche, facevano radio libere (Radio Città Futura, do you remember Silvia?) insomma cose che ancora oggi si ricordano alla maniera di un libro a cura di tantissimi autori di cui non si sanno i nomi.
Vi scrivo queste cose perché Nicola Lagioia nella sua lettera Manifesto TQ, ha scritto:
“I nostri padri o fratelli maggiori hanno più potere, ma valgono molto meno di noi.”
Ecco. Poiché penso che quelli erano i miei fratelli maggiori ritengo che non solo non avessero (e abbiano) nessun potere reale (artistico o politico che sia) ma che soprattutto erano e sono di gran lunga migliori di noi.
Negli anni Novanta e Duemila a Caserta c’è un numero impressionante di scrittori (e questa è una buona notizia, diciamolo). Qualche settimana fa camminando per Caserta con Enrico Remmert gli indicavo una dopo l’altra le residenze d’origine degli autori casertani: qui Roberto Saviano, qui invece Gino Ventriglia, lì Francesco Piccolo, poco oltre Antonio Pascale, più in là Paolo Mastroianni, Marilena Lucente, Lucio Saviani, Silvia Tessitore e tanti altri.
Per tutti noi non c’erano fratelli maggiori a cui ispirarsi e da cui difenderci, eventualmente, ma sicuramente l’eco di una presenza, quella di Pier Paolo Pasolini tra le mura diroccate di Casertavecchia, dove il poeta aveva deciso di ambientare una parte del suo Decameron.
Sul sito curato da Angela Molteni, Pagine Corsare, si legge come “Il secondo episodio-guida è quello dell’allievo di Giotto, interpretato dallo stesso Pasolini: in chiave autobiografica il regista-attore sottolinea il rapporto tra la vita, il sogno e l’arte. Al termine del film, l’allievo di Giotto-Pasolini festeggerà con i suoi lavoranti l’impresa compiuta, poi, guardando l’affresco – il suo film – dirà: “Perché realizzare un’opera, quando è così bello sognarla soltanto?”
Prosegue Angela Molteni:
“Nel Decameron Pasolini recita dunque il ruolo di un allievo di Giotto e si veste come il Vulcano (vedi qui sopra) di Velázquez nel dipinto del Museo del Prado di Madrid: grembiule di cuoio e fascia bianca sulla fronte. Pasolini aveva visitato il museo madrileno nel 1964 e si era scoperto ‘tale e quale’ nel quadro di Velázquez.”
Questo per dire come oggi a Caserta ci siano molti pregevoli autori TQ, con più o meno successo e fama nel mondo letterario, sicuramente e indiscutibilmente autori. Prima di noi c’era una comunità, e ora, basteranno tanti autori a crearne una? O almeno a sognarla?
segue- à suivre





